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Recensione “Per favore toglietevi le scarpe”

Con molta autoironia: PER FAVORE TOGLIETEVI LE SCARPE

di Cristina Squartecchia; Teatro e Spettacolo.

Fare l’attore ed essere un attore non è la stessa cosa. C’è chi fa e c’è chi è attore nel senso più ampio e completo del termine, che non si limita ad imitare, ma pone se stesso al servizio del teatro, del progetto, con la sua identità e presenza scenica, con quel “quid” in più che lo distingue dal semplice fare l’attore.
In questo “Per favore toglietevi le scarpe” scritto insieme ad Adelchi Battista per la regia di Franco Mannella, esplode la potenza espressiva di Francesco Cavuoto, che rivela il suo essere attore nel senso ampio del termine. Prestante e maestoso dalla faccia simpatica, Francesco Cavuoto, di Benevento, approda al teatro passando dalla radio al doppiaggio. Forte, della sua esperienza scenica dalla poderosa versatilità comunicativa, dà vita ad una comica lettura autobiografica, passando con disinvoltura in svariati personaggi incontrati lungo il suo cammino. La pièce si profila come il risultato di un teatro povero nel senso grotowskiano del termine, dove emerge il lavoro dell’attore su se stesso, l’assenza di elementi scenografici, ma uno spazio nudo, riempito dalla presenza di un corpo e dalle sue azioni. Una scelta registica che Franco Mannella ha maturato negli anni, affidando il suo fare teatro ad una partitura di scene che nasce dal corpo e dalla voce dell’attore, marcando lo stile e la recitazione, aspetti già evidenziati nel suo “Flaiano in 3D” 2010.
Il Titolo che ci lascia un po’ perplessi e più volte ripetuto dall’attore in scena con toni diversi tra ordine ed invito a noi spettatori a toglierci le scarpe, è semplicemente un pretesto sul quale ruotano gli episodi della sua esistenza. Tormentato da uno strano sogno ricorrente, legato al saggio nonno che in punto di morte svela al nipote il segreto per far felice una donna, quello appunto di togliersi le scarpe e del quale ne veniamo a conoscenza solo alla fine della pièce, l’attore torna costantemente su questa bizzarra paura. Infatti come in un circolo vizioso senza vie d’uscita, insaporito da uno spiccato “sense of humor”, i vari episodi ripartono sempre da questa situazione tragicomica in cui si sveglia all’improvviso e in preda allo spavento di avere le scarpe ai piedi, come croce e delizia della sua personale esistenza. Un tessuto di gags e sketch da cabaret estreme conferiscono alla pièce una comicità unica nel suo genere,fungendo da struttura portante sulle quali gesto-voce-azione rappresentano la triade motrice dal quale scaturisce l’esilarante vicenda di Cavuoto.
Dalla sua infanzia fino alla sua ascesa professionale a Roma, l’attore ripercorre la sua esistenza, densa di quei luoghi comuni che possono rispecchiare le nostre proprie paure, fallimenti e situazioni assurde dove almeno ognuno di noi si è trovato una volta, ma con l’intento di non prendersi troppo sul serio, quanto basta per farne una sana autoironia. Dall’ incontro d’amore alle prime esperienze sessuali, dal giorno del suo matrimonio con la madre isterica, alle tormentate sedute dall’analista, dal prete di paese bigotto e traffichino al buffo provino per una fiction disturbato dalle telefonate di una madre ansiosa, e via di seguito, per più di un’ ora di spettacolo senza mai calare l’attenzione del pubblico. Un corredo di circostanze, al limite del maniacale, puntellato da una carrellata di personaggi bizzarri che appartengono a quei regionalismi del costume italiano.
Ne consegue una partitura corporea che traccia una gestualità complessa e versatile, su di un corpo, quello di Cavuoto, imponente ma eloquente allo stesso tempo, dove le figure ed i personaggi vengono ritratti in toni grotteschi. Per ognuno di questi, la gestualità e la mimica, come un unicum organico tra mente e corpo, risultano sempre ad hoc, azzeccate e cangianti, condite da un generoso e bonario sarcasmo, tratteggiato da picchi di autoreferenzialità, che però nell’insieme non guastano. Ma nulla è a caso in tutto questo, anche la musica di Adelchi Battista, una scrittura pianistica misurata e puntuale, volta ad esaltare i momenti più cruciali, che insieme alle luci di Carlo Oriani Ambrosini, scandiscono un ritmo senza troppe sospensioni, congeniale a gradire ed allietare per dare quel tocco in più come la ciliegina sulla torta.

Piccolo Teatro dello Scalo di Chieti, 19 Gennaio 2013

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